Uno, qualcuno, chicchessia: sulle tracce di Andrea Marescalchi

Residenza e prodotto editoriale

In occasione dei dieci anni dalla scomparsa di Bobo Marescalchi, l’Archivio presenta “Uno, qualcuno, chicchessia: sulle tracce di Andrea Marescalchi”, un progetto di valorizzazione dell’archivio realizzato grazie al contributo di Toscanaincontemporanea2025, bando pubblico di Regione Toscana che si inserisce nell'ambito del progetto Giovanisì.
Un progetto a cura di Valeria D’Ambrosio e TAB Take Away Bibliographies.

Il progetto è nato dalla volontà condivisa di esplorare nuove modalità di fruizione dell’arte contemporanea, favorendo il dialogo tra diverse forme di ricerca e produzione. Il progetto ha coinvolto Emanuele Caprioli, artista visivo che esplora le manifestazioni naturali a partire da elementi essenziali e arcaici, con il quale abbiamo svolto una settimana e più giorni (tra luglio e ottobre 2025) di residenza presso le stanze dell'archivio, TAB ha guidato l’esplorazione dello spazio fisico e digitale dell’archivio.

Al termine della residenza, TAB ha curato e realizzato una fanzine che si presenta come un diario visivo e narrativo dell’esperienza: un invito ad entrare, in modo graduale, nell’atmosfera che l’ha attraversata. Una sequenza di immagini e testi creano la cornice a due piccole opere: una riproduzione di Bobo e una serie di serigrafie ideate e realizzate appositamente da Caprioli.

Mostra

All’interno del progetto si inserisce la mostra “Acquilunio” di Emanuele Caprioli (Milano, 1993) nata dal dialogo con l’opera di Marescalchi, ospitata negli spazi del Museo Sant’Orsola a Firenze.

A cura di Valeria D’Ambrosio.
Opening: 4 dicembre h.17-20
05.12.2025 - 04.01.2026
Museo Sant'Orsola, Firenze

Due nuove produzioni site-specific di Caprioli si relazionano con due lavori di Marescalchi. Senza titolo [Farfalline], un’opera della metà degli anni Novanta di piccole dimensioni, su carta, che racconta il suo rapporto con l’inchiostro e la matematica e l’altra, Cascata, differente per tecnica, di grandi dimensioni, realizzata gli ultimi anni della sua vita, aprendo così un confronto visivo sul tempo e sulla continuità dei gesti.


Foto: Giulia Lenzi, Progetto grafico: Dania Menafra

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Testo curatoriale

“La legge degli occhi è quella di vedere”
–Andrea Marescalchi, 1978

Come nascono le atmosfere, quelle presenze sottili, effimere, non oggettivabili eppure intimamente affettive che ci circondano? Quali forze ne determinano e ne limitano la comparsa, e come interagiscono con noi? La mostra Acquilunio di Emanuele Caprioli (Milano, 1993) in dialogo con l’opera di Andrea Marescalchi (Roma, 1954 - Firenze, 2015) indaga la relazione dinamica tra agenti umani e non-umani come condizioni che favoriscono la creazione di atmosfere diverse. Il punto di partenza è una duplice esplorazione che racconta di un’esperienza umana in bilico tra concretezza ed effimerità: l’acqua e la luce, forze elementari che attraversano il tempo e collegano tracce di storie. Archivi sensibili di memorie, presenze essenziali ma spesso invisibili che modellano i contorni del paesaggio, definiscono il tessuto dell’ambiente che viviamo e connettono la nostra realtà attraversano l’aria che respiriamo. Richiamando l’attenzione su questi due elementi, le opere esposte invitano a immaginare zone di contatto, spazi carichi di energia in cui convergono sensibilità distanti. Queste zone si estendono ben oltre i terreni fisici, fino a comprendere ecologie numeriche, intrecci multi-specie e confini sfumati tra uomo e artificio, che creano uno spazio dialogico sullo stato della natura nell’ambiente antropizzato.
Attraverso l’intreccio tra due generazioni, Acquilunio diventa una ricerca per comprendere come gli esseri umani, attraversando il tempo, costruiscono il senso in relazione al loro mondo interiore e in dialogo con la fenomenologia naturale. Le opere in mostra formano un paesaggio di soglie –tra memoria privata e ambiente collettivo, tempo finito ed eternità, visibile e invisibile– invitando i visitatori a confrontarsi, interpretare e interagire con i significati stratificati del nostro esistere. Sebbene il lavoro di Marescalchi sia in dialogo con le agende artistiche del suo tempo, esso scolpisce al contempo un proprio terreno, plasmato da un profondissimo interesse per il mondo animale e le culture orientali, alimentato da letture ampie e diversificate che formano la biblioteca conservata nel suo archivio. La sua opera intreccia il mondo fisico e le geografie reali con i paesaggi mentali della percezione, della visione e dell’immaginazione. Come la sua, anche la ricerca di Caprioli è orientata al gesto, con opere che spesso nascono dal coinvolgimento diretto e fisico con i fenomeni della natura. Realizzando processi di raffinata modificazione spazio-temporale attraverso l’utilizzo di vernici invisibili o di metalizzazioni PVD, Caprioli sviluppa un linguaggio di consapevolezza scientifica che celebra lo splendore del mondo organico e naturale.
Il titolo della mostra, neologismo coniato dal poeta fiorentino Mario Luzi nella poesia Non passò vento, non mutò nulla nell’aria, attinge a un impulso centrale nella pratica artistica di Caprioli: l’impegno a mettere le sue opere in dialogo diretto con gli elementi naturali.
Esposte alle intemperie, al cambio di temperature, al mutare delle stagioni, le sue installazioni sono create per cambiare, mimetizzarsi e magari disintegrarsi. Questa apertura alla trasformazione ambientale rispecchia una preoccupazione concettuale più profonda rispetto a come l’artista osserva la collettività e come essa si rapporta al fenomeno naturale. Sfidando silenziosamente l’oculocentrismo di una società che accentua sempre più la sovraesposizione della vista, Caprioli prova a risvegliare i sensi anestetizzati dalla iper-visibilità. In altre parole, attraverso la vita propria delle immagini, l’artista sensibilizza le persone alle dinamiche ambientali, all’atmosfera e alle manifestazioni naturali. Il dialogo che nasce con le opere di Marescalchi amplia il margine esperienziale, caricandolo di significato, dove un gesto attiva trasformazioni durature seppur invisibili –se non agite dai fenomeni della natura.
L’acqua, la luce, spazi liminali in cui simboli, verità e desideri affiorano in superficie, in cui alcuni infiniti sono più grandi altri. È qui, in questo fragile confine, che la trasformazione diventa possibile.

Acqua
La mostra si sviluppa attraverso due zone di transito interconnesse, ognuna delle quali offre un’esperienza visiva e spaziale che esplora le dinamiche della percezione. Partendo da un lavoro di ricerca sui fenomeni atmosferici che hanno l’acqua e la luce come fondamento essenziale di apparizione, Caprioli crea un immaginario che si concretizza in due installazioni ambientali a partire dalle possibilità sperimentative dei materiali, delle forme e delle immagini tratte dall’ampia produzione artistica di Marescalchi. Gocciolamento, tracce d’acqua, una cascata, pareidolie e riflessioni luminose parlano di una continuità e di una comunicazione intergenerazionale tra due artisti accomunati da simili fascinazioni. Sintonizzandosi con il lavoro intimo, lento ed accurato di Marescalchi che ha portato alla creazione di una delle opere di maggiori dimensioni presenti nel suo archivio, l’installazione Hydromemory (2025) di Caprioli cerca di sintetizzare l’opera d’arte in un’esperienza collettiva, a tratti quasi estrema, abbozzando le linee di una trama che non può che essere corale. Il cemento grezzo che padroneggia nel cantiere in lento avanzamento dell’ex-convento di Sant’Orsola è testimone, supporto dell’opera e al contempo archivio, custode della traccia nei tempi a venire. Attraverso un assemblaggio di suggestioni, idee e sensazioni, Caprioli mette in scena un dialogo tra forze naturali e fabbricazioni umane, trasformando i luoghi in monumenti viventi che combinano visioni temporali al di là del qui e ora. C’è una straordinaria affinità tra i due artisti nella loro apparente distanza formale: le loro opere sono ben lontane dall’essere espressioni storiche, ritratti del contingente, riunendo piuttosto temporalità apparentemente incompatibili: il fugace e lo stratificato, il tecnologico e il manuale, per esplorare come il tempo si inscrive sia nei materiali che nelle immagini. I lavori di Caprioli si manifestano attraverso condizioni atmosferiche mutevoli su superfici ambigue, reali e simboliche, che registrano l’aria, l’acqua e la luce. Dalla sua prospettiva, il reale scivola nell’astrazione ed è qui che opera la magia: la Cascata (2009) riprodotta da Marescalchi nel suo dettaglio così ravvicinato sembra esplodere in un’energia informe che si dissolve in linee e volute che trasformano l’opera di Caprioli nel ritratto di un luogo e, al tempo stesso, nella registrazione di un momento fugace in continuo scorrimento. Ciò che viene riprodotto sul pavimento dello spazio espositivo con una vernice invisibile impermeabilizzante, è infatti la rappresentazione dei corsi d’acqua dell’Antro della Corchia, grande complesso sotterraneo stratificato. Provenienti dall’archivio della Federazione Speleologica Toscana, questi tracciati trasudano dal pavimento rugoso e irregolare, emergendo come fenomeno normalmente invisibile che interagisce con l’edificio e rivela le forme inscritte nello spazio. Paradossalmente, ciò che non si vede, che scorre sotto terra, nel buio più profondo, si manifesta in trasparenza, attraverso il dialogo tra l’elemento naturale, l‘artificio chimico e l’architettura, che qui diventa organismo sensibile e reattivo, superficie su cui l’acqua inscrive una memoria irreversibile, mettendo in relazione corpo, materia e ambiente. Le forme di Caprioli emergono dal negativo delle tracce d’acqua esattamente come la Cascata di Marescalchi, grazie al suo sapiente controllo della tecnica a inchiostro di china. Ma sebbene la comune ispirazione nasca dalla calligrafia cinese ad acqua (tecnica che simula la calligrafia tradizionale utilizzando solo acqua, per cui i caratteri svaniscono man mano che vengono assorbiti), nell’opera di Caprioli il tracciato dei corsi sotterranei, seppur trasparente, resta indelebile, lasciando che l’installazione temporanea rimanga come un’ulteriore stratificazione permanente nella storia dell’ex-convento di Sant’Orsola. Eppure anche qui l’acqua, strumento di creazione, evapora, si assorbe e si confonde con il respiro dei visitatori, mettendo in circolo una memoria fluida e vitale. L’inspirazione e l’espirazione sono essenziali per vagare nello spazio espositivo ed è il respiro generato dai corpi in movimento che rende i visitatori partecipanti inconsapevoli al ciclo vitale di quest’opera.

Luce
Nella tradizione artistica orientale, il fondo bianco del foglio è luce, quindi si lavora per sottrazione e le ombre vengono create in negativo. È così che, attraversando in punta di piedi la molteplicità dei punti di vista ricercata da Marescalchi nell’unicità dell’opera d’arte dove nulla e pieno, visibile e invisibile, figurativo e astratto si intrecciano e si separano in continuazione, il percorso della mostra ci conduce sottoterra, verso il secondo spazio espositivo. La mostra si sviluppa su due piani progettati per produrre modalità distinte di coinvolgimento percettivo. Il piano inferiore richiede ai visitatori di muoversi lentamente attraverso un luogo quasi completamente buio che risponde alla presenza umana con sottili cambiamenti di luce, dovuti all’intromissione delle persone nel dialogo tra fonte luminosa e specchi. In questo contesto, la percezione non è più orientata verso oggetti distinti, ma dispersa in un campo ambientale di intensità sensoriali. L’esperienza richiama ciò che Gilles Deleuze e Félix Guattari hanno descritto come il processo del “divenir-altro”: non una transizione verso un’identità diversa, ma una dissoluzione dei confini in modo che il soggetto e l’ambiente non siano più separabili e si disperdano in un campo di condivisione sensoriale.
Nell’installazione Light Transfer (2025) di Caprioli, l’interazione tra luce e cemento nello spazio espositivo sfuma i confini tra esterno e interno, sopra e sotto, creando un ambiente dinamico e coinvolgente. Qui la luce non rivela ma evoca qualcos’altro, è una meditazione sull’impermanenza. In alcune tradizioni orientali, lo specchio è stato usato come proiettore di immagini, non come un riflettore, e in questa installazione permette alla luce di librarsi nell’atmosfera e di condurci verso una piccola, preziosa bacheca che espone una delle sette carte appartenenti alla serie Senza titolo [Farfalline] (1990-96) di Marescalchi. Si tratta di un foglio di carta vergata risalente alla prima metà del ‘900 accartocciato e immerso nell’acqua mista a inchiostro che, una volta disteso, ci trasporta dalla sensazione di una vaga figurazione presente al piano superiore alla pura astrazione delle forme sottoterra. Illuminata dal basso, questa carta presenta un groviglio di pareidolie, una figurazione casuale e spesso speculare, nel senso etimologico del termine, che ha le caratteristiche ottiche di uno specchio. La luce non ha forma, la luce crea forme.
La sensazione definitiva è quella di una liquidità illuminata, come se fossimo sul fondo del mare, a riposo, e guardassimo verso il cielo: la luce attraversa l’acqua e diventa densa, ci attraversa e ci invita a pensare e sentire con l’acqua, acqua come atmosfera, memoria, movimento, appartenenza. Oscillando tra la discesa nelle profondità marine, l’esplorazione speleologica e la sospensione in superficie, la mostra si sviluppa come una riflessione immersiva sui mondi fluidi dove i confini si dissolvono. Un’esposizione concepita non solo come uno spazio in cui entrare, ma come un mondo che resiste all’orientamento in cui possiamo immergerci e muoverci, diventando porosi alle sue pressioni, alle sue profondità, alle storie che si sedimentano e alle forme che cambiano stato. Fondendo l’osservazione scientifica con la poetica speculativa, le opere di Caprioli e Marescalchi mettono in primo piano la realtà come un insieme di processi fisici, depositi di memoria e veicoli di immaginari dal carattere contemplativo. In uno spazio definito dalla pesantezza del vuoto, Hydromemory e Light Transfer quasi sconvolgono la percezione convenzionale, dissolvendo la narrazione per rivelare la visione pura. È un modo di reimmaginare luoghi che hanno perso lo scopo originario, esplorando le loro possibilità di generare nuovi significati ed esperienze collettive.
I due spazi espositivi della mostra emergono dunque come luoghi di resistenza e rinnovamento, dove i confini tra realtà e magia si confondono per accedere alle strutture più profonde del reale, che propongono una soggettività porosa, intrecciata e rimodellata attraverso gli scambi con la fenomenologia naturale. L’obiettivo non è quello di immaginare grandi possibilità, ma piuttosto di esplorare la fantasia, la libertà e il potenziale trasformativo dell’arte, spingendoci a riflettere sulla natura transitoria della vita. Le ricerche di Marescalchi e Caprioli sembrano evocare una sensibile sintonia con storie invisibili, eppur contenute e trasmesse dalla natura. Le loro opere abbracciano l’impermanenza riponendo una fiducia profonda nella poetica dell’esperienza vissuta, profondamente radicata nella storia dell’umanità. È così che Acquilunio si sviluppa come uno un viaggio attraverso confini spaziali e percettivi mutevoli. Specchi, superfici cangianti, illusioni subcoscienti come portali che evocano il confronto con se stessi e la liminalità, costruendo un ambiente per la riflessione collettiva e l’indagine sensoriale: non più, o non soltanto, come noi viviamo l’acqua e la luce, ma come l’acqua e la luce vivono attraverso di noi.

Valeria D'Ambrosio

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Emanuele Caprioli

Emanuele Caprioli (Milano, 1993) vive e lavora a Milano. Collabora con elementi essenziali e arcaici: luce, aria, fuoco, acqua e i fenomeni connessi come la condensa, la neve, l’alba, il tramonto e I miraggi. Indaga ed evoca le tensioni invisibili tra gli agenti atmosferici di un luogo e il pubblico, il quale è spesso parte dell’opera e attivatore di queste dinamiche invisibili. Cofondatore del collettivo Provinciale11, ha partecipato a mostre personali e collettive tra cui Centro Artistico Alik Cavaliere, Orto Botanico di Palermo, Charlottensborg Palace, Galleria Arrivada e Oto Lab e a residenze artistiche presso Archivio Marescalchi, VIR Viafarini-in-residence, Residenza Poietica/Fondazione Merz, Dolomiti Contemporanee e Tagli.

Info

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TAB - Take Away Bibliographies

TAB | Take Away Bibliographies è un progetto editoriale e di ricerca artistica dedicato alla creazione, raccolta e condivisione collaborativa di bibliografie. TAB è stato ideato dall’omonimo collettivo multidisciplinare con sede a Firenze nel 2019. In TAB trasformiamo le bibliografie in strumenti capaci di stimolare riflessione e dibattito. Concepiamo la creazione e la condivisione di liste bibliografiche come un atto di presenza, resistenza ed esistenza – un modo per aprirci all’Altro. TAB adotta un metodo di lavoro aperto, orizzontale, non gerarchico e non giudicante.

Info

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